La mattina del 21 agosto la sveglia suona alle 8. Fa molto freddo e siamo ricoperti di brina, sveglio Giovanni e andiamo tutti nella tenda mensa dove mangiamo una buonissima colazione. Successivamente mettiamo gli zaini in spalla e partiamo. La meta di oggi è arrivare al Campo Alto dell’Illimani “Nido de Condores”.
Attraversiamo la bellissima conca del Campo Base e iniziamo a salire la ripida morena in direzione della lingua glaciale. Attraversiamo sotto i seracchi della lingua e ci dirigiamo sull’altro versante. Siamo a una quota di 4600 metri. L’altro versante è ancora più ripido, affrontiamo un ripido ghiaione a zig-zag che mi ha letteralmente tagliato le gambe. Inizio a soffrire e riinizio a sentire quel sapore di mozzarella marcia della pizza di La Paz. Brutto segno! Se il mal di pancia e la nausea avrebbero continuato a farsi sentire sia durante il pomeriggio che la sera avrei dovuto rinunciare alla cima.

Continuiamo sul ripido sentiero e arriviamo ad una forcella a una quota di circa 5000 metri. Qui succede un fatto abbastanza spiacevole ma che si è risolto in poco tempo: Daniela perde i sensi e sviene, la facciamo stendere ma per fortuna dopo poco si riprende e quindi possiamo continuare il nostro trekking. Qui il sentiero cambia, infatti da ghiaione passiamo a una bellissima cresta rocciosa a cavallo tra i due ghiacciai dell’Illimani. Faticando, ma a passo lento e costante dopo poco tempo ecco che vediamo delle Tende, siamo arrivati al Campo Alto e quelle sono le tende dei ricercatori Tedeschi. Montiamo anche le nostre tende e le fissiamo bene saldamente con dei sassi e ci mettiamo a mangiare pranzo.

Poco dopo, il silenzio della montagna viene rotto da un boato: sull’altro versante della montagna si stacca una grossa valanga accompagnata da un fortissimo boato! Facciamo molte foto e video e poi andiamo in tenda a riposarci, verso le 17 ceniamo con un buonissimo riso e una fantastica carne d’asino e verso le 18.30 andiamo in tenda sotto il sacco a pelo. Tempo di prendere sonno e improvvisamente si alza un incredibile vento che spazza sulle nostre tende. Una situazione molto pericolosa, il vento è sicuramente sopra i 100 Km/h. Con Giovanni ci disponiamo ai lati della tenda per far sì che il nostro peso copra tutta la superficie della tenda affinché non venissimo spazzati via e ad un certo punto sentiamo delle voci: il telo della tenda di Walter, Giusy e Daniela si è staccato dalla tenda per la forza del vento. Prontamente rimettono tutto apposto e si è risolto tutto nei migliore dei modi. Faccio fatica a riaddormentarmi e dopo poco, circa verso mezzanotte sento una zip della tenda aprirsi: sono David e Miguel che valutano le condizioni della montagna e avrebbero deciso se partire o no. Il vento si è calmato completamente e quindi la partenza è confermata verso l’1. Io ho nausea e mal di pancia, spetta a me la decisione di partire con gli altri o fermarmi in tenda e dormire. Verso mezzanotte e mezza Giovanni si prepara assieme agli altri compagni di scalata, Giusy e Daniela hanno deciso di rimanere in tenda ed anch’io, pur essendo molto dispiaciuto opto per questa scelta. La salute prima di tutto, la montagna resta lì, l’Illimani avrei potuto tentarlo nei futuri anni. Se fossi partito mi sa che non sarei mai tornato a casa.
Verso l’1 esco dalla tenda, saluto gli altri e torno sotto il sacco a pelo. Mi riaddormento anche se ho tutta questa nausea, tengo la zip del sacco a pelo un po’ aperta in caso di necessità. Verso le 2.30 le mie condizioni sono peggiorate e ho lo stimolo di vomitare. Voglio vomitare ma non ci riesco fino a che, dopo circa mezzora esco di fretta dalla tenda senza moffole per essere più comodo, mi inginocchio sul ghiacciaio e finalmente vomito quell’orrenda mozzarella mangiata a La Paz. Fa un freddo cane, torno immediatamente in tenda sotto il sacco a pelo e all’improvviso sento bruciare la mano. Una situazione stranissima che non mi era mai capitata in passato. Accendo subito il frontalino e vedo che la parte sinistra del mio pollice sinistro ha un colore più biancastro. Credo fosse stato un principio di congelamento visto che il dito poi, mi si è gonfiato e non l’ho più sentito per un mese. Tuttora a volte mi torna insensibile.
Ero un pò preoccupato per il destino del mio dito e ho fatto fatica a riprendere sonno. Sono ormai le 4 e Nicola Pizzini si è ritirato dalla salita ed è tornato al Campo, lo saluto e poi corro in tenda, mi mangio un pacchetto di Ringo e mi metto a dormire. Ho dormito da dio, finalmente la nasua era passata, mi sono svegliato alle 8 perché ho visto luce fuori del telo della tenda.
È il 22 agosto, immediatamente tolgo la moffola e il mio dito è ancora biancastro tendente al viola ma si sta già schiarendo e si vede chiaramente che il sangue scorre benissimo, l’unico imprevisto è che non lo sento, lo muovo ma è come se fosse morto.
Verso le 11 circa ci raggiungono gli altri, sono stremati. La vetta la hanno raggiunta David, Miguel, Walter, Luca, Emiliano e Alessandro. Nicola era tornato al campo alto in nottata e Giovanni si è fermato a 6300 metri perché non stava bene. Lasciamo riposare i nostri compagni, mangiamo, smontiamo le tende, prepariamo gli zaini e salutiamo il “Nido de Condores”. Inizia la discesa verso il Campo Base che lo raggiungiamo in 2 ore.




Sono circa le 14, rimontiamo le tende e tutti assieme ci sdraiamo sul meraviglioso prato del campo base. C’è chi ascolta musica, c’è chi legge, c’è chi si gode il panorama ma tutti con un pensiero comune: E’ tutto finito! La parte difficile della spedizione è finita. Ci rimangono solo 3 giorni di relax a La Paz. Da una parte siamo tutti felici perché nonostante tutto la nostra spedizione è andata benissimo, avevamo visitato posti meravigliosi e scalato imponenti montagne Andine, ma dall’altra parte siamo tutti un po’ tristi perché 4 giorni dopo avremo dovuto salutare questa meravigliosa terra. Il pomeriggio passa in modo veloce e rilassato, andiamo in tenda mensa per mangiare la cena e dopo aver cenato giochiamo a carte, esco nuovamente a fotografare la meravigliosa via lattea e tutte le stelle dell’emisfero Australe e poi, più tardi andiamo in tenda, già ricoperta di brina e dormiamo.